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Il Paese

immagine ingrandita Panorama (apre in nuova finestra) E' davvero un paese straordinario, Montecalvo Versiggia; con le sue case sparse su colline, crinali, balze, in piccole valli, tra ciuffi d'alberi, lungo serpeggianti e un tempo azzurri ruscelli; è un paese inesplorabile, mi venne da dire la seconda volta che lo percorsi. La prima, dopo aver a lungo cercato la piazza, avevo concluso: questo è un paese che non c'è.
E davvero, sembra che disperdendo le case qua e là, seminandole senza alcun piano, si pensa che avessero progettato non un paese, ma un territorio ove ogni famiglia, ogni gruppo che lo volesse mettesse su la sua casa, e vivesse per proprio conto, nel proprio posto, chiamandolo con il nome che più piaceva, o che indicava quello degli abitanti, o il suo uso, o che era saltato fuori, chissà, come una burla. (...)
Mino Milani, Introduzione al volume MONTECALVO VERSIGGIA. L'uomo, la collina, il vigneto di Luca Mastropietro, 1990.(...)
Come spesso accade, l'origine del nome presenta alcune incertezze, a prima vista inspiegabili, che hanno dato modo agli studiosi che si sono occupati dell'argomento di avanzare interpretazioni non prive di accenti coloristici.
Non è il caso di Versiggia, aggiunto solo nel 1863 per distinguere il comune da altri Montecalvo esistenti. Invece, è lo stesso toponimo Montecalvo a far sorgere qualche incertezza interpretativa.
La difficoltà evidente è quella di accordare un nome a prima vista descrittivo -un monte inteso come sommità, rilievo, unito al termine calvo, quindi spoglio, senza vegetazione - con la realtà di un territorio dove non manca, nè dovette mancare in passato, la vegetazione.
Da queste considerazioni sono nate varie deduzioni, che possiamo riassumere in due filoni principali. Il primo, sostenuto da Maragliano, vuole il toponimo di origine latina e propone la derivazione da Calvius. Quindi al termine monte, toponimo frequente e molto usato anche nella zona, sarebbe stato aggiunto il nome proprio Calvius, dando così origine al nome composto Montecalvo, che per la verità nei documenti dei secoli passati si trova spesso scritto anche staccato: Monte Calvo.
Di diverso avviso Goggi che propone, con grande sicurezza, un'altra derivazione, che porterebbe l'origine del paese a un periodo anteriore a quello della colonizzazione romana, e precisamente all'epoca in cui queste colline erano abitate da tribù liguri.
Scrive Goggi: "In dialetto è Mon Carul, Carul si fonda sulla radice Caro Cal (cioè) monte... I Latini che non conoscevano il linguaggio ligure domandarono: "Come si chiama questo luogo?" E gli abitanti risposero: "Carul". Ed i latini scrissero Montecalvo.
Monte Calvo è dunque una tautologia. E' un paese di origine ligure, anteriore alla venuta dei Romani".
La questione, di per se non particolarmente importante, acquista invece una certa rilevanza perché porta a datare diversamente l'epoca dei primi insediamenti nella zona.
Seguendo la tesi di Maragliano dovremmo ritenere che la prima colonizzazione risalga ad epoca romana, mentre con Goggi questo avvenimento sarebbe di alcuni secoli anteriore, al tempo di una presenza ligure, peraltro non accertata con sicurezza, ritenendo vari studiosi che queste colline non siano mai state colonizzate dai Liguri bensì da tribù galliche, quindi di origine celtica. (...)
Ma anche altri momenti di vita sociale sono scomparsi; in primo luogo il canto e il ballo, che tanta importanza hanno avuto in passato e che sono ricordati con estrema partecipazione dei protagonisti di allora.
La Montecalvo dei cantori, dei balli pubblici, dei suonatori, delle feste, della gente che lavorava cantando è solo un ricordo. Certamente un prezzo pagato al 'nuovo', al moderno, al benessere economico che ha reso materialmente migliore la vita quotidiana -e che per nessuna ragione è da sottovalutare - ma che, come spesso accade, ha lasciato un rimpianto per il passato, secondo il vecchio adagio del "si stava meglio quando si stava peggio". (...)


Luca Mastropietro. Montecalvo Versiggia. L'uomo, la collina, il vigneto, 1990

Le Vigne

immagine ingrandita Le Vigne (apre in nuova finestra) La regione viticola a sud di Pavia inizia subito dopo il Po: i campi della pianura quasi d'un tratto cedono il passo alla collina, che si estende a perdita d'occhio. Fin dai primi caldi i vigneti sono ricchi di toni, quasi a cadenzare con i diversi colori i differenti vitigni che qui si allevano: riesling, moscato, barbera, croatina, malvasia.....
Ma fra tutte le varietà, una in particolare può essere certamente eletta "regina": il Pinot, nobile vitigno importato dalla Francia più di un secolo fa, che ha trovato in Oltrepò un ambiente davvero ideale. Qui infatti il clima è salubre e mitigato da correnti marittime provenienti dalla confinante Liguria; d'estate vi è una costante ventilazione e una gradevole frescura, per contro l'inverno è freddo e asciutto.
La situazione ambientale particolare ha fatto sì che il Pinot si adattasse perfettamente a queste colline, dove viene coltivato ormai su una superficie di oltre 2000 ettari, per la produzione di uve destinate a fornire vini di grande pregio, siano essi rossi di classe, bianchi tranquilli o spumanti.
Questo vitigno è infatti presente in Oltrepò nelle sue tre varietà a bacca nera, rosata o bianca (Pinot nero, grigio e bianco), ciascuna con diverse attitudini alla vinificazione.
I Pinot bianco e grigio si esprimono meglio nella produzione di vini bianchi fermi, dal gusto vellutato, morbido e pieno; essi entrano inoltre, anche se in minima percentuale, nella costituzione delle basi spumante.
Il Pinot nero invece, il più pregiato e il più coltivato in Oltrepò (più di 3/4 della superficie investita a Pinot) è anche il più versatile dei tre. Esso può essere vinificato in bianco, e dare origine a vini fermi asciutti e aromatici; può subire una spremitura soffice ed un brevissimo contatto con le bucce così da ottenere un vino rosato; può essere vinificato in rosso, sopportando l'invecchiamento e l'affinamento in botte dando origine così a vini rossi di alto livello; è infine il principale costituente, se non unico, delle basi spumante (ma viene solitamente vinificato con Pinot grigio e Chardonnay).
L'Oltrepò vanta un eccezionale primato a livello internazionale: è la prima zona al mondo, dopo la Champagne, per la produzione del Pinot nero. E Montecalvo Versiggia vanta un suo primato "personale": con i suoi 28000 quintali si colloca al primo posto fra i comuni oltrepadani produttori di Pinot.
Dal momento che solo con l'ausilio di quest'ultimo si possono produrre le grandi riserve di spumante, risulta evidente la straordinaria ricchezza di questa zona viticola.


Il Vino

immagine ingrandita Foto Storica (apre in nuova finestra) "I miei vecchi avevano non solo la debolezza di bere molte bottiglie di vino, ma di riporne rilevanti quantità in nascondigli.
A Montecalvo dura tuttora la tradizione che Donna Luigia, moglie del nonno, abbia fatto murare ne' sotterranei del castello 10.000 bottiglie di moscato bianco." Carlo Dossi, Note Azzurre, nota 5003
Raccolte quando non sono completamente mature, al fine di dare al vino una notevole acidità (importante per conservarne freschezza e aromaticità), le uve Pinot vengono vinificate in bianco, separando cioè subito le bucce dal mosto. Dopo filtrazioni e travasi, il vino ottenuto viene addizionato di una piccola quantità di zucchero e lieviti.
I lieviti aggrediscono gli zuccheri, che trasformandosi in alcool producono anidride carbonica, cioè le bollicine, ed inoltre conferiscono al vino un particolare e caratteristico profumo che ricorda la crosta del pane, la canapa inumidita e la mandorla tostata. Dopo aver subito il "remuage", operazione per mezzo della quale i lieviti esauriti vengono fatti scivolare a contatto con il tappo, ed il "degorgement", cioè l'espulsione dei sedimenti stessi, le bottiglie vengono sottoposte a ricolmatura.
Ciò può avvenire aggiungendo lo spumante della stessa cuvee, e in tal caso si ottiene il "nature", detto anche pas dose o dosage zero, oppure aggiungendo la "liqueur d'expedition", miscela di spumante più vecchio, distillati e zucchero di canna, ottenendo così il brut. Nel primo caso lo spumante è estrema- mente secco, essenziale, ricco di acidità; nel secondo invece è più morbido, arrotondato, omogeneo.
Conservatelo sdraiato, in modo che il tappo bagnato, mantenendo la sua elasticità, prema sulle pareti e non faccia entrare aria, e servitelo a 6 gradi nelle flutes, bicchieri stretti e lunghi così da apprezzarne la spuma e il perlage, meglio noti come... bollicine!

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